
Profonda è la nostra gratitudine verso gli operai e le operaie di Mirafiori che, con il loro no coraggioso al referendum, hanno avuto la forza di riscattare la grande questione del lavoro dal silenzio e dalla colpevole opera di rimozione realizzata dalla politica negli ultimi trent’anni.
La “ricetta Marchionne” ha tutti gli ingredienti della regressione e dell’ autoritarismo: non si può pensare di uscire da una crisi globale e ostinata strozzando gli spazi della democrazia e della rappresentanza, mettendo in competizione i lavoratori e le lavoratrici sul piano dell’arretramento dei diritti e del costo del lavoro, barattando il diritto costituzionale al lavoro con un peggioramento delle condizioni lavorative e delle tutele sindacali. L’unico modo per rispondere alla crisi è l’investimento strategico nell’innovazione, nei saperi, nella ricerca, nel lavoro di qualità; per questo pensiamo che il progetto di Marchionne, in linea con i tagli di Tremonti e con le scelte di riorganizzazione privatistica del welfare e della contrattazione di Sacconi e del governo nazionale, nasconda dietro la parola “investimento” il tentativo di un mutamento arbitrario delle regole dell’organizzazione del lavoro, della rappresentanza sindacale e della convivenza civile, sacrificando dignità e diritti delle persone in nome del profitto e del mercato.
In questi mesi il disagio sociale e il malessere rabbioso di tanti giovani, donne e uomini senza futuro, sta esplodendo nelle manifestazioni che attraversano l’Europa e il Mediterraneo. E’ tempo che la politica riapra una grande discussione sul futuro, su un ripensamento di genere del lavoro e della società, sull’organizzazione dei tempi del lavoro che non possono coincidere con quelli della vita e con i ritmi maschili, sulla riconversione ecologica dell’economia e della mobilità.
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